Andy’s Digital Adventures: Hardware

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18 Lug 2013

Il mio primo PC lo comprai usato da un amico di amici che abitava nei pressi della discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa. Niente male come simbolismo, vero? Era un 486 che mai giunse a vedere la schermata iniziale di Windows 95, riuscii a sbolognarlo prima ad un amico di amici. Da allora i miei desktop erano sempre nuovi di pacca, assemblati secondo le esigenze (e la disponibilità economica). Per farli propri si andava da sordidi spacciatori di materiale elettronico, fortificati da una breve infarinatura propinata da amici di amici più versati nel campo. Si sceglieva su uno stringato menu, solitamente fotocopiato in bianco e nero tipo flyer dei peggio punx, e divisi in tre-quattro fincature: si andava dal modello “Basic” al “Deluxe”, passando dal “Performance” e il “Professional”. Sul fondo del menu una accozzaglia di elementi aggiuntivi, rigorosamente etichettati con acronimi da smanettoni. Di solito nessuna delle combinazioni possibili era soddisfacente, un po’ come con le donne: o tette fantastiche su culi piatti o chiappe da urlo sotto una tavola da stiro. I commenti sessisti erano la norma, dato che quasi tutti gli avventori si distinguevano per il cromosoma monco. Ma mollare la preda era impossibile, lasciare il negozio senza un cabinet sulle spalle avrebbe sicuramente provocato un tracollo della borsa di Taiwan, con conseguente aumento del prezzo delle memorie. Di solito l’assemblato era un diabolico coacervo di conflitti interni, peggio del direttivo del PD. La scheda video non dialogava con la scheda madre, il processore era incompatibile e l’hard disk se ne lavava le mani. A complicare le cose c’era il mio spirito non dico anarchico ma almeno antitrust: dopo un primo processore della Intel, per i miei desktop ho sempre e solo comprato AMD. A mie spese imparai che la mother per il K7 aveva due controller, Northbridge e Southbridge, e che il Superbypass per eliminare i bottlenecks non era mai giunto alla linea di produzione, lasciando i retailers (i venditori) con il culo nell’acqua (“standing in the rain”, come riportato nell’illuminante articolo di Tom’s Hardware). Ma io non demordevo, ed aggiornando i driver a manetta si raggiungeva, dopo qualche mese, un assetto stabile. Quante ne ho passate col mio K7! richiamato per un lavoro “d’urgenza” a Murcia, lo smontai pezzo pezzo. Tutte le schede e i drive li riposi in una valigetta da cabina, mentre il telaio del cabinet lo misi in valigia, lo stipai di mutande e magliette e lo spedii nella pancia dell’aereo. Ne riemerse un po’ ammaccato ma funzionale. Una volta nello studio murciano, ricostruii il tutto. Indossavo il completo nero con cui mi ero sposato, dovevo sembrare un gran figo o un coglione totale, non so valutare. Dopo l’ennesimo K7 su scheda madre ASUS (un gioiellino che ancora fa il suo dovere a studio) sono passato ai portatili. Mi sono arrecchionuto, direbbe mia moglie, ma che ci posso fare, portarsi il lavoro a casa è un piacere, portarsi i passatempi a studio un dovere. C’è stato un momento in cui io e il mio socio avevamo lo stesso modello di Toshiba (fighi o coglioni, la domanda è sempre quella). Dopo anni di onorato servizio al mio parte lo schermo, mentre il suo ci abbandona del tutto. Sagacemente il tecnico smonta il suo schermo e lo monta sul mio. Dura un paio d’anni, poi si spegne anche lui. Collego il laptop ad uno schermo ausiliario. La tastiera non risponde più, la sostituisco con una wireless. Con tutte queste protesi non è più un “portatile”, ma è vivo, e lotta insieme a noi!  

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Made of Atoms

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16 Lug 2013

A conti fatti mi considero un solitario/contemplativo, definizione che potrebbe applicarsi anche a chi pratica onanismo guardando dal buco della serratura, ma che io intendo piuttosto come uno che adotta una certa forma di meditazione. Oggetto della contemplazione è normalmente un paesaggio, inteso come spazio in cui accadono cose. Naturali o urbani, mappe o formicai, quadri o corpi femminili, siamo circondati da paesaggi. Il modo migliore per gustarli è quello di camminare senza una meta precisa, il paesaggio verrà a voi prima ancora che lo raggiungiate. Nelle foto che seguono un esempio: le ho scattate sulla strada che da Chiesa in Valmalenco sale a S. Giuseppe. Notate la ricorrenza di alcune forme (linee dritte e curve) e materiali. Guardate per esempio il serpentino, di cui ci sono abbondanti cave, come si presenta in taglie diverse. Avevo già percorso questa strada qualche anno fa, d’inverno. La stessa sostanza che allora attutiva i rumori in forma di cristalli, ora scroscia fragorosa nel letto del torrente. Fatto di atomi, è questo il mondo che mi piace.   Ne approfitto per aggiornare il mio diario podistico. Il 13 giugno 10km, stretching e recupero. Il 17 e il 20 solo 8km. Il 22 cinquanta minuti su una pista ciclabile fatta di saliscendi proprio a Chiesa. 8km, stretching e recupero tre giorni dopo. Il 27 e 29 i km diventano 10. Lo stesso giorno ad Orvieto, mio fratello Ugo arriva primo nei 1500 del campionato italiano master, categoria over 50! Ho notato che è difficile contemplare in corsa: il massimo che potete fare, se il debito di ossigeno ve lo consente, è di meditare introspettivamente, tenendo acceso un pilota automatico che vi impedisca di inciampare…  

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Andy’s Digital Adventures: DOS

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09 Lug 2013

Professore: “Le propongo una tesi sullo schiacciamento del piede dei serbatoi sotto l’azione sismica…” Studente: “Io… veramente… pensavo a qualcosa di più poetico, delle sculture duttili che testimoniano sul proprio corpo le ferite infertegli dai terremoti…” Professore: “(Ma chi cazzo me l’ha mandato questo…)” Alla fine io e il professor Pinto ci mettemmo d’accordo per un serbatoio sopraelevato sottoposto all’azione eolica, ma per fare i calcoli avevo bisogno di digitare “C:/”, e per uno che veniva dal paradiso del WYSIWYG, affrontare il DOS era un po’ come fare il viaggio di Dante a ritroso, col masso di Sisifo incastrato fra le corna. Il SAP, programma strutturale agli elementi finiti, è fichissimo. All’epoca, per qualche motivo che ha sicuramente a vedere con l’ingegneria psichiatrica, la fase di input era il più unfriendly possibile. Se riuscivi a districarti nell’orientamento dei momenti d’inerzia e nei fattori di scala alla quarta potenza, la soddisfazione era immensa: quintali di grafici colorati descrivevano vita, morte e miracoli di strutture altrimenti (per me) inconoscibili. I modi propri di vibrazione erano animati, li guardavo oscillare per ore, e poco importava che, leggendo attentamente i tabulati, le travi di copertura sfiorassero il pavimento dell’interrato sotto ogni condizione di carico. Ma si sa, “mud in, mud out”, risme di tabulati non possono battere ciò che un buon ingegnere scrive sul retro di una busta (“on the back of an envelope”). Ma esistono ancora ingegneri che scrivono sul retro di una busta? Contemporaneamente decisi di affrontare il moloch AutoCAD. Si era alla versione 12, comprai un manuale di 1067 pagine con copertina rigida scritto in corpo 4. Cominciai dal colofon e proseguii dritto alla parola fine, esercizi compresi. DIMASSOC, DISPSILH, ATTREDEF, l’oscuro sillabario caddista mi si dispiegava in tutta la sua cacofonia. Niente icone da cliccare, i comandi si digitavano, o meglio, si digitava lo shortcut. Ma perché per disegnare un rettangolo (RECTANGLE) lo shortcut è REC e non RT? Guardate la tastiera! E per prendere una misura (DIST)? Perché devo fare il pianista con DI quando D ed S sono lì una a fianco all’altra? Ma queste sono sottigliezze, perchè intanto quella campitura non si riempie manco se ti ammazzi, il disegnino del trattore importato da un altro file mi si è trasformato in una ragazza che gioca a volano, ha un punto di inserzione su Marte ed un nome civettuolo che comincia con A$, quell’ingegnoso sistema di riferimenti esterni annidati blocca tutti i computer dello studio, pure quelli non in rete. Stampare in AutoCAD, praticamente un ossimoro. Eppure, come avrete intuito, è un programma che amo. Ogni mio layer comincia con tre cifre. Quoto esclusivamente in spazio carta. Ho solo un plot style e si chiama STANDARD. In occasione della tesi feci interagire AutoCAD e SAP tramite il BASIC. I tabulati del SAP venivano macinati da un programmino e trasformati in uno script per AutoCAD. A colpo d’occhio potevo vedere quale tra decine di elementi strutturali era il più sollecitato. Un altro programmino mi trasformava output in input, simulando effetti del secondo ordine (tipo P-delta, per intenderci) ancora non implementati nel SAP90. Il cuore (core) stesso della tesi era un programma in BASIC: il vento è un insieme di infiniti vortici a scale diverse. Per ogni scala calcolavo la correlazione tra un punto e l’altro della superficie del serbatoio. Il risultato era un campo stocastico di correlazione, una strana bestia che ben poco mi è servita negli anni a seguire, dato che mi sono occupato di tutt’altro…

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Andy's Digital Adventures: Mac

Ugo, Andrea, Macintosh, Gabriele
Ugo, Andrea, Macintosh, Gabriele
The VIX, a comic book I actually finished!
The VIX, a comic book I actually finished!

18 Giu 2013

I've been a happy Mac user for years, here you can read my adventures in that operating system

English text

We had a family legend, "the fourth brother": born between Gabriele and me, he was so shy and elusive that none of us had ever met him. I think his name was Giorgio, Giorgio Guerra. When no one wanted to take responsibility, all we had to do was say, "It was Giorgio." In 1989, Giorgio was incarnated in an Apple Macintosh SE, and immediately became our beloved.

Dark Castle, Hypercard—do these words mean anything to you? Gabriele was addicted to Dark Castle. Glued to the drawing board (the pinnacle of analog), I listened to his progress from one painting to the next, amidst the squeaking of bats and the throwing of pewter mugs (in the other room, my grandmother was commenting on yet another round of the Matching Game, but I digress).

I produced tons of things with the Mac. I designed my last design exam with Paint. I didn't have a printer. I'd give the disk to my father, and in the evening he'd come back with a stack of A4 sheets, which I'd stick with transparent tape to create enormous tables. Then I'd go to the blueprint and make copies (with Regma, remember?), scaling them down a bit since Paint wasn't very precise. My raster drawings were frowned upon, but the professor was forced to give me top marks given the amount of work. Later, I discovered Canvas, which was vector-based. At the time, I think it had layers you could bring to front/send to back. The drawings were beautiful, but laborious to create. I used Canvas on my friend Roberta's Mac II, finally mastering the color dimension.

With the Mac, I was also introduced to three-dimensional modeling. In the Automatic Drawing (sic) course, there were a couple of Macintoshes and a few PCs. I looked at those red and cyan lines on a black AutoCAD background and thought: poor things. MiniCAD had a white background, like the piece of paper I'm writing on.

But the Mac wasn't just for drawing; I picked up Basic again to do some structural calculations. The most interesting thing was modeling a cable-stayed gantry, essentially the inversion of a large matrix. To simulate the tension of the stays, I applied forces directed at the ends of the cables, while taking into account the elasticity of the material. I discussed it with the Professor; he used linear thermal expansion, "cooling" the cable to shorten it. I remember that the results forced me to make some changes: the asymmetry of the structure (it was full-blown deconstructivism, damn it) generated horizontal movements that I was only able to block with an additional stay. But it was a defeat: in the original design, the tension in the stays was compensated by the compression in the uprights, while this new stay was anchored to the ground and required a bulky ballast of reinforced concrete.

After a few years, I returned to the Automatic Design lab. An assistant, as they say, turned me inside out: Macintosh users want everything ready, while PC users sweat with a screwdriver in their hands, but what a satisfaction! My digital life was at a turning point.

Look at the drawing above. The air vent is modeled in MiniCAD, then edited in Paint. All I had to do was add the little figures and it was done. The complete comic can be found here.

Testo in italiano

Avevamo un mito familiare, quello del quarto fratello: nato tra me e Gabriele, era talmente timido ed elusivo che nessuno di noi l’aveva mai visto. Mi pare si chiamasse Giorgio, Giorgio Guerra. Quando nessuno voleva accollarsi la responsabilità bastava dire: “E’ stato Giorgio”. Nel 1989 Giorgio si incarnò in un Apple Macintosh SE, e divenne subito il nostro beniamino.

Dark Castle, Hypercard, queste parole vi dicono qualcosa? Gabriele era dipendente da Dark Castle. Inchiodato al tecnigrafo (il massimo dell’analogico), ascoltavo il suo progredire da un quadro all’altro, tra squittii di pipistrelli e lanci di boccali in peltro (nell’altra stanza mia nonna commentava l’ennesima tornata del Gioco delle Coppie, ma sto divagando).

Col Mac ho prodotto tonnellate di cose. Ho disegnato l’ultimo esame di progettazione con il Paint. Non avevo stampante, consegnavo il dischetto a mio padre e lui la sera se ne tornava con un pacco di A4, che io giustapponevo con lo scotch trasparente fino a formare tavole enormi. Poi passavo dal cianografo e facevo copia da copia (con la Regma, ricordate?), scalando di un pelo dato che il Paint non era molto preciso. I miei disegni raster erano visti come il fumo negli occhi, ma furono costretti a darmi il massimo dei voti data la mole di lavoro. In seguito scoprii Canvas, che era vettoriale. All’epoca mi pare avesse livelli di cui potevi fare bring to front / send to back, i disegni erano belli, ma faticosi da realizzare. Usai Canvas sul Mac II dell’amica Roberta, conquistando finalmente la dimensione cromatica.

Con il Mac fui introdotto anche alla modellazione tridimensionale. Nel corso di Disegno Automatico (sic), c’erano un paio di Macintosh e qualche PC. Guardavo quelle linee rosse e ciano su sfondo nero di AutoCAD e pensavo: poveracci. MiniCAD aveva lo sfondo bianco, come il pezzo di carta su cui sto scrivendo.

Ma il Mac non era solo disegno, ripresi in mano il Basic per fare un po’ di calcoli strutturali. La cosa più interessante fu la modellazione di un portale strallato, in sostanza l’inversione di una grossa matrice. Per simulare il tiro degli stralli applicavo delle forze orientate all’estremità dei cavi, tenendo però conto dell’elasticità del materiale. Ne discussi col Professore, loro usavano la dilatazione termica lineare, “raffreddavano” il cavo per accorciarlo. Ricordo che i risultati mi costrinsero a fare alcune modifiche: l’asimmetria della struttura (si era in pieno decostruttivismo, cazzo) generava dei movimenti orizzontali che riuscii a bloccare solo grazie ad uno strallo aggiuntivo. Ma era una sconfitta: nel progetto originale la trazione negli stralli si compensava con la compressione nei montanti, mentre questo nuovo strallo era ancorato a terra, e necessitava di una enorme zavorra in cemento armato.

Dopo qualche anno ritornai al laboratorio di Disegno Automatico. Una assistente, come si suol dire, mi rigirò come un calzino: i Macintoshari vogliono la pappa pronta, mentre chi usa il PC suda col cacciavite in mano, ma vuoi mettere la soddisfazione! La mia vita digitale era ad una svolta.

Guardate il disegno qui sopra. La presa d’aria è modellata in MiniCAD, poi trattata col Paint. Bastava aggiungere i pupazzetti ed il gioco era fatto. Il fumetto completo lo trovate qui.

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Andy's Digital Adventures

Texas Instruments TI-99/4A, our first computer
Texas Instruments TI-99/4A, our first computer
ComputHeroes, one of my unfinished comic books
ComputHeroes, one of my unfinished comic books
Scott Hackett in 1981: his life is going to change forever
Scott Hackett in 1981: his life is going to change forever

17 Giu 2013

All things considered, I've been involved with computers for over thirty years, and I thought it was interesting to recount these digital adventures.

The first family computer was a Texas Instruments 99/4A (it's still sitting in a box at my parents' house). It was in the early 1980s. It had a very attractive design, a black keyboard, an aluminum body, and was connected to the home television. It had a large slot on the front for inserting expansion cartridges. The best thing was the memory management, which required two cassette players, one for input and one for output. To load a program, you rewind the cassette (each contained a certain number of programs), reset the counter, and then hit forward until the counter reads the number corresponding to the start of the program (the number was written in pen on the cassette cover). Play, a pop of bits, and the program was loaded! Programming was done in BASIC; we invented the programs ourselves or copied them from specialized magazines.

ON GOSUB, IF THEN ELSE, I spent hours programming. I created a series of games, the best of which was called "Obscure Castle," a maze with rooms connected by doors. The room the player was in was lit, all the others were in total darkness. You had to recover a treasure while dodging very slow mummies, which all moved toward the player and could pass through walls. We only had one memory expansion, for programming in Assembler. The manual was so thick that I never had the courage to tackle it. My father tinkered with it a bit: enormous colorful sprites swept across the screen at breakneck speed. I realized I was staring into the future, but it wasn't enough to win me over.

My father also programmed, especially as part of his musical studies. He had written programs that generated random Bach-style fugues—cool stuff. Texas was in our big room; I often fell asleep with Dad tapping away at the keyboard, illuminated by the flickering cathode ray.

The last time I used it was in the late 1980s. For a university exam, I dusted off the old Texas and created a graph to calculate travel time in a net. The program attempted all possible routes, memorizing the last shortest one. As soon as the next route exceeded the one in memory, the program discarded it and moved on. I was still using technology from ten years before, and it was time for me to move on too...

The final image is beautiful: 1981, blogger Scott Hackett's life is about to change forever. Note the objects in the background. This link goes to a library of Texas games.

A conti fatti sono più di trent’anni che ho a che fare con i computer, e mi sembrava interessante fare un resoconto di queste avventure digitali.

Il primo computer di famiglia fu un Texas Instruments 99/4A (riposa ancora in qualche scatolone a casa dei miei). Erano i primissimi anni ’80. Design molto bello, tastiera nera, corpo in alluminio, si collegava al televisore di casa e presentava un grosso slot sul davanti per inserire le cartucce di espansione. La cosa più bella era la gestione della memoria, che richiedeva ben due lettori di audiocasette, uno per l’input e uno per l’output. Per caricare un programma riavvolgevi l’audiocassetta (ognuna ne conteneva tanti), azzeravi il contatore e poi schiacciavi forward finché il contatore non segnava il numero corrispondente all’inizio del programma (il numero era trascritto a penna sulla copertina della cassetta). Play, scroscio di bit ed il programma era caricato! Si programmava in basic, i programmi li inventavamo noi oppure li trascrivevamo da riviste specializzate.

ON GOSUB, IF THEN ELSE, ho passato ore a programmare. Realizzai una serie di giochi, il più bello si chiamava “Obscure Castle”, un labirinto con stanze collegate da porte. La stanza in cui stava il giocatore risultava illuminata, tutte le altre erano al buio totale. Bisognava recuperare un tesoro schivando delle mummie molto lente, che si muovevano tutte verso il giocatore e potevano attraversare i muri. Avevamo una sola espansione di memoria, per programmare in Assembler. Il relativo manuale era così spesso che non ebbi mai il coraggio di affrontarlo. Mio padre ci smanettò un poco: degli enormi sprite colorati attraversavano lo schermo ad una velocità pazzesca. Mi resi conto che stavo guardando il futuro negli occhi, ma non bastò a conquistarmi.

Anche mio padre programmava, soprattutto nell’ambito dei suoi studi musicali. Aveva scritto dei programmi che generavano delle fughe casuali alla Bach, roba forte. Il Texas era nel nostro stanzone, spesso mi addormentavo con papà che ticchettava sulla tastiera, illuminato dal baluginare catodico.

L’ultimo utilizzo risale alla fine degli anni ’80. Per un esame universitario rispolverai il vecchio Texas e realizzai un grafo per il calcolo del tempo di percorrenza. Il programma tentava tutti i possibili percorsi, memorizzando l’ultimo percorso più breve. Appena il percorso successivo eccedeva quello in memoria, il programma lo scartava e passava appresso. Stavo comunque utilizzando una tecnologia di dieci anni prima, era giunto il momento anche per me di passare appresso…

L’immagine finale è bellissima: 1981, la vita del blogger Scott Hackett sta per cambiare per sempre. Da notare gli oggetti sullo sfondo. Questo link per una libreria di giochi per il Texas.    

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Fotoritocco / Editing

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11 Giu 2013

Alla foto di classe mio figlio è mancato, per cui i genitori mi hanno chiesto di inserirlo via Photoshop, attribuendomi le facoltà fenomeniche di un Fabrizio Corona. La cosa mi ha alquanto indispettito, dato che io utilizzo esclusivamente GIMP, che è open source e per quello che faccio io va benissimo. Presami la mano, ho voluto inserire anche un po’ di altri amichetti… / My son missed his class group photo, so the other parents asked me to insert him via Photoshop, ascribing me the phenomenic faculties of a Fabrizio Corona, famous italian paparazzi. I was quite annoyed about that, ‘cause I only use GIMP, which is open source and works fine. As I steamed on, I wanted to include some other friends… Rimesso a posto l’impianto del gas condominiale, ho ripreso a correre. Venerdì 6km, stretching e recupero, stamattina un paio di km in più.

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