Wild, wild backyard…

None
None
None
None
None
None
None
None

15 Ott 2013

Guardate cosa ho trovato mettendo a posto nella casa al mare dei miei suoceri… – Look what I’ve found by sweeping my in-laws’ beach house…

Fino a qualche estate fa riuscivamo a piazzare i bambini a Tarquinia per un paio di settimane con i nonni, poi nel weekend era l’assalto al genitore: ogni sfizio doveva essere soddisfatto, tipo dormire in tenda in giardino. Ma avevo modo di difendermi, per esempio fuorviando le loro giovani menti (vedi sotto)… – Up to some summers ago, we could leave our sons a couple of weeks with their grandparents. In the weekend it was hunting season for the parents, and anything could go, like sleeping in a tent in the backyard. But I fought back, misleading their young brains… Ciccio era un patito di Bob Aggiustatutto (sic!), aveva tutti i gadget consueti, ma era l’unico ad avere l’album con le cornicette disegnate da Andy War! – My son was fond of Bob the Builder, having all the usual gadgets, but was the only owner of a sketchbook framed by Andy War!

Link to this article

ZYMACHI FagoLogo

21 Ago 2013

Un logo semplificato per la serie degli ZYMACHI a forma di fago (virus). Più che altro ne approfitto per sperimentare il tema di default della nuova versione 3.6 di WordPress (TwentyThirteen), che dà più risalto alla formattazione dei post. Nella fattispecie il format “Image” ha un font più piccolo per il titolo, e sposta tutti i metadati a pié di pagina. Link to this article

Your animation is ready!

11 Ago 2013

Hey Jesp, that sweet stop motion animation you made at Museum of the Moving Image is ready to share! You can download the video file or upload it directly to YouTube or Facebook. Follow this link to get started: http://interactive.movingimage.us/pu.php?f=2013_08_11_16_45_46_877-0.mp4&id=5207f99ed2de8&t=Bidone+su+macchina&c=Jesp&k=2 FYI This link expires in 14 days, so don’t wait too long. Link to this article

Andy’s Digital Adventures: Hardware

None
None
None
None
None
None
None
None

18 Lug 2013

Il mio primo PC lo comprai usato da un amico di amici che abitava nei pressi della discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa. Niente male come simbolismo, vero? Era un 486 che mai giunse a vedere la schermata iniziale di Windows 95, riuscii a sbolognarlo prima ad un amico di amici. Da allora i miei desktop erano sempre nuovi di pacca, assemblati secondo le esigenze (e la disponibilità economica). Per farli propri si andava da sordidi spacciatori di materiale elettronico, fortificati da una breve infarinatura propinata da amici di amici più versati nel campo. Si sceglieva su uno stringato menu, solitamente fotocopiato in bianco e nero tipo flyer dei peggio punx, e divisi in tre-quattro fincature: si andava dal modello “Basic” al “Deluxe”, passando dal “Performance” e il “Professional”. Sul fondo del menu una accozzaglia di elementi aggiuntivi, rigorosamente etichettati con acronimi da smanettoni. Di solito nessuna delle combinazioni possibili era soddisfacente, un po’ come con le donne: o tette fantastiche su culi piatti o chiappe da urlo sotto una tavola da stiro. I commenti sessisti erano la norma, dato che quasi tutti gli avventori si distinguevano per il cromosoma monco. Ma mollare la preda era impossibile, lasciare il negozio senza un cabinet sulle spalle avrebbe sicuramente provocato un tracollo della borsa di Taiwan, con conseguente aumento del prezzo delle memorie. Di solito l’assemblato era un diabolico coacervo di conflitti interni, peggio del direttivo del PD. La scheda video non dialogava con la scheda madre, il processore era incompatibile e l’hard disk se ne lavava le mani. A complicare le cose c’era il mio spirito non dico anarchico ma almeno antitrust: dopo un primo processore della Intel, per i miei desktop ho sempre e solo comprato AMD. A mie spese imparai che la mother per il K7 aveva due controller, Northbridge e Southbridge, e che il Superbypass per eliminare i bottlenecks non era mai giunto alla linea di produzione, lasciando i retailers (i venditori) con il culo nell’acqua (“standing in the rain”, come riportato nell’illuminante articolo di Tom’s Hardware). Ma io non demordevo, ed aggiornando i driver a manetta si raggiungeva, dopo qualche mese, un assetto stabile. Quante ne ho passate col mio K7! richiamato per un lavoro “d’urgenza” a Murcia, lo smontai pezzo pezzo. Tutte le schede e i drive li riposi in una valigetta da cabina, mentre il telaio del cabinet lo misi in valigia, lo stipai di mutande e magliette e lo spedii nella pancia dell’aereo. Ne riemerse un po’ ammaccato ma funzionale. Una volta nello studio murciano, ricostruii il tutto. Indossavo il completo nero con cui mi ero sposato, dovevo sembrare un gran figo o un coglione totale, non so valutare. Dopo l’ennesimo K7 su scheda madre ASUS (un gioiellino che ancora fa il suo dovere a studio) sono passato ai portatili. Mi sono arrecchionuto, direbbe mia moglie, ma che ci posso fare, portarsi il lavoro a casa è un piacere, portarsi i passatempi a studio un dovere. C’è stato un momento in cui io e il mio socio avevamo lo stesso modello di Toshiba (fighi o coglioni, la domanda è sempre quella). Dopo anni di onorato servizio al mio parte lo schermo, mentre il suo ci abbandona del tutto. Sagacemente il tecnico smonta il suo schermo e lo monta sul mio. Dura un paio d’anni, poi si spegne anche lui. Collego il laptop ad uno schermo ausiliario. La tastiera non risponde più, la sostituisco con una wireless. Con tutte queste protesi non è più un “portatile”, ma è vivo, e lotta insieme a noi!  

Link to this article

Made of Atoms

None
None
None
None
None
None
None
None
None

16 Lug 2013

A conti fatti mi considero un solitario/contemplativo, definizione che potrebbe applicarsi anche a chi pratica onanismo guardando dal buco della serratura, ma che io intendo piuttosto come uno che adotta una certa forma di meditazione. Oggetto della contemplazione è normalmente un paesaggio, inteso come spazio in cui accadono cose. Naturali o urbani, mappe o formicai, quadri o corpi femminili, siamo circondati da paesaggi. Il modo migliore per gustarli è quello di camminare senza una meta precisa, il paesaggio verrà a voi prima ancora che lo raggiungiate. Nelle foto che seguono un esempio: le ho scattate sulla strada che da Chiesa in Valmalenco sale a S. Giuseppe. Notate la ricorrenza di alcune forme (linee dritte e curve) e materiali. Guardate per esempio il serpentino, di cui ci sono abbondanti cave, come si presenta in taglie diverse. Avevo già percorso questa strada qualche anno fa, d’inverno. La stessa sostanza che allora attutiva i rumori in forma di cristalli, ora scroscia fragorosa nel letto del torrente. Fatto di atomi, è questo il mondo che mi piace.   Ne approfitto per aggiornare il mio diario podistico. Il 13 giugno 10km, stretching e recupero. Il 17 e il 20 solo 8km. Il 22 cinquanta minuti su una pista ciclabile fatta di saliscendi proprio a Chiesa. 8km, stretching e recupero tre giorni dopo. Il 27 e 29 i km diventano 10. Lo stesso giorno ad Orvieto, mio fratello Ugo arriva primo nei 1500 del campionato italiano master, categoria over 50! Ho notato che è difficile contemplare in corsa: il massimo che potete fare, se il debito di ossigeno ve lo consente, è di meditare introspettivamente, tenendo acceso un pilota automatico che vi impedisca di inciampare…  

Link to this article

Andy’s Digital Adventures: DOS

None
None
None
None
None
None

09 Lug 2013

Professore: “Le propongo una tesi sullo schiacciamento del piede dei serbatoi sotto l’azione sismica…” Studente: “Io… veramente… pensavo a qualcosa di più poetico, delle sculture duttili che testimoniano sul proprio corpo le ferite infertegli dai terremoti…” Professore: “(Ma chi cazzo me l’ha mandato questo…)” Alla fine io e il professor Pinto ci mettemmo d’accordo per un serbatoio sopraelevato sottoposto all’azione eolica, ma per fare i calcoli avevo bisogno di digitare “C:/”, e per uno che veniva dal paradiso del WYSIWYG, affrontare il DOS era un po’ come fare il viaggio di Dante a ritroso, col masso di Sisifo incastrato fra le corna. Il SAP, programma strutturale agli elementi finiti, è fichissimo. All’epoca, per qualche motivo che ha sicuramente a vedere con l’ingegneria psichiatrica, la fase di input era il più unfriendly possibile. Se riuscivi a districarti nell’orientamento dei momenti d’inerzia e nei fattori di scala alla quarta potenza, la soddisfazione era immensa: quintali di grafici colorati descrivevano vita, morte e miracoli di strutture altrimenti (per me) inconoscibili. I modi propri di vibrazione erano animati, li guardavo oscillare per ore, e poco importava che, leggendo attentamente i tabulati, le travi di copertura sfiorassero il pavimento dell’interrato sotto ogni condizione di carico. Ma si sa, “mud in, mud out”, risme di tabulati non possono battere ciò che un buon ingegnere scrive sul retro di una busta (“on the back of an envelope”). Ma esistono ancora ingegneri che scrivono sul retro di una busta? Contemporaneamente decisi di affrontare il moloch AutoCAD. Si era alla versione 12, comprai un manuale di 1067 pagine con copertina rigida scritto in corpo 4. Cominciai dal colofon e proseguii dritto alla parola fine, esercizi compresi. DIMASSOC, DISPSILH, ATTREDEF, l’oscuro sillabario caddista mi si dispiegava in tutta la sua cacofonia. Niente icone da cliccare, i comandi si digitavano, o meglio, si digitava lo shortcut. Ma perché per disegnare un rettangolo (RECTANGLE) lo shortcut è REC e non RT? Guardate la tastiera! E per prendere una misura (DIST)? Perché devo fare il pianista con DI quando D ed S sono lì una a fianco all’altra? Ma queste sono sottigliezze, perchè intanto quella campitura non si riempie manco se ti ammazzi, il disegnino del trattore importato da un altro file mi si è trasformato in una ragazza che gioca a volano, ha un punto di inserzione su Marte ed un nome civettuolo che comincia con A$, quell’ingegnoso sistema di riferimenti esterni annidati blocca tutti i computer dello studio, pure quelli non in rete. Stampare in AutoCAD, praticamente un ossimoro. Eppure, come avrete intuito, è un programma che amo. Ogni mio layer comincia con tre cifre. Quoto esclusivamente in spazio carta. Ho solo un plot style e si chiama STANDARD. In occasione della tesi feci interagire AutoCAD e SAP tramite il BASIC. I tabulati del SAP venivano macinati da un programmino e trasformati in uno script per AutoCAD. A colpo d’occhio potevo vedere quale tra decine di elementi strutturali era il più sollecitato. Un altro programmino mi trasformava output in input, simulando effetti del secondo ordine (tipo P-delta, per intenderci) ancora non implementati nel SAP90. Il cuore (core) stesso della tesi era un programma in BASIC: il vento è un insieme di infiniti vortici a scale diverse. Per ogni scala calcolavo la correlazione tra un punto e l’altro della superficie del serbatoio. Il risultato era un campo stocastico di correlazione, una strana bestia che ben poco mi è servita negli anni a seguire, dato che mi sono occupato di tutt’altro…

Link to this article